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Quasi sempre tutte le scoperte importanti avvengono casualmente. La Villa Imperiale del Casale di Piazza Armerina ne è la dimostrazione.
Correva il sec. XVII d.C. quando alcuni contadini, impegnati nel duro lavoro dei campi dell'alta valle del fiume Gela, ai piedi del monte Mangone, si accorsero che affioravano numerose strutture murarie rivelatesi poi appartenenti alla grandiosa villa imperiale del Casale. La notizia di tale ritrovamento non poteva non attirare l'attenzione e l'interesse di molti eruditi locali, primo tra tutti G. Paolo Chiarandà che nel pubblicare tale scoperta così scriveva: "Al pie di un alto monte detto Mangone (Fortezza) si scorgono rovine d'abitazioni di cui nemmeno si sa il nome: dai Piazzesi vien detto "Casale dei Saraceni". Da quel momento, tutta la zona sottostante al monte Mangone fu interessata da campagne scavo non autorizzate dagli organi competenti e molti furono coloro che fecero ritrovamenti di oggetti preziosi. Si ricorda un certo Sabatino del Muto che nel 1812 operando nella zona della basilica trovò monili d'oro e d'argento, che si dispersero in collezioni private, e una colonna marmorea che vendette alla cattedrale. Da questa frenetica ed illegale attività, mirata solamente al ritrovamento di oggetti preziosi, alcuni pavimenti mosaicati subirono non pochi danni; basti pensare che la famiglia Trigona di Ceraci fece pavimentare, con tessere asportate dai pavimenti dellavilla, un ambiente del suo palazzo in Piazza Duomo.
Ciò nonostante il grosso dei mosaici pavimentali si conservò intatto nella sua composizione e magnificenza fino al punto da stupire gli archeologi che si susseguirono nello scavo della villa: l'ing. Pappalardo che portò alla luce parte dei mosaici della sala Tricora nel 1881; il senatore Paolo Orsi che completò lo scavo della Sala Tricora nel 1929; il Cultrera che iniziò lo scavo dell'Ambulacro della Grande Caccia nel 1940. Infine nel 1955, sotto la supervisione della Soprintendenza di Siracusa diretta da Luigi Bernabo Brea, col patrocinio della Regione Siciliana, della Cassa per il Mezzogiorno e con gli operai che il Comune di Piazza Armerina mise a disposizione, si procedette allo scavo scientifico e totale della villa. Direttore dei lavori fu l'insigne archeologo Gino Vinicio Gentili che, coadiuvato dal cav. Vittorio Veneziano e dagli operai Di Seri e Anzaldi, che hanno fatto un po' la storia dello scavo e restauro della villa, portò alla luce l'intero complesso monumentale che costituiva e costituisce solamente la parte nobile della villa formata da Cubicoli, Vestiboli, Peristili, Ambulacri, Triclini, Diaete, Acquedotti, Latrine e Terme, la cui disposizione, su differenti livelli, trova esempio nella villa dell'imperatore Tiberio a Capri, mentre "par volere gareggiare per la ricchezza delle marmoree colonne, dei marmi pregiati, per l'opus sectile della basilica e per la grandiosità dei suoi pavimenti a mosaico, con la dimora di Diocleziano a Spalato". Ben 3500 m . di pavimenti mosaicati a disegni geometrici e figurati, in Opus Tessellatum e in Opus Secale, realizzati da maestranze africane che per certi versi si ispirarono all' arte musiva orientale, furono portati in luce, e al loro ritrovamento si alternava quello di statue marmoree a grandezza naturale, di torsi marmorei, di capitelli in stile ionico e corinzio, di monete d'oro, d'argento e di bronzo con l'effigie di Maximianus, di colonne e trabeazioni, di teste di statue e tanti altri frammenti marmorei: piedi di statue calzati da sandali, gambe e mani marmoree che oggi dovrebbero trovarsi nei magazzini del costituente museo archeologico, nel palazzo trigona in Piazza Duomo.
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