Polifemo
II mito racconta che Ulisse, avendo partecipato alla guerra di Troia durata 20 anni ed avendo distrutto la città con lo stratagemma del cavallo di legno costruito da Epeo su suo suggerimento, durante il viaggio di ritorno a Itaca, dove la bella Penelope lo aspettava circondata dai Proci che volevano sposarla, si imbatté in molte disavventure che fecero durare il viaggio di ritorno 10 anni.

Approdato nell'isola dei Ciclopi, Ulisse con 12 compagni ed un otre di vino, nel cercare viveri per continuare il viaggio, entrò in una grotta dentro la quale erano agnelli, capretti e formaggi che i compagni volevano portare via prima dell'arrivo del proprietario. La bramosia di conoscere l'abitante del gigantesco antro indusse Ulisse ad aspettare il ritorno del proprietario Polifemo.

Gigantesco ciclope selvaggio che, dopo aver fatto entrare il gregge, sbarrò l'uscita della caverna con un enorme macigno e vedendo gli intrusi, chiese chi mai fossero. "Naufraghi", rispose Ulisse chiedendogli ospitalità. Per tutta risposta Polifemo prese due compagni di Ulisse e ne fece un orrendo pasto. In altre due occasioni né divorò altri quattro. L'Odisseo pensò allora di ubriacarlo col vino contenuto nell'otre ed offertolo al Ciclope venne da questi richiesto del proprio nome che Ulisse disse essere "Nessuno". Polifemo ubriacatosi cadde in un profondo sonno ed Ulisse, arroventato un palo appuntito, glielo conficcò nell'occhio, accecandolo. Le urla di Polifemo fecero accorrere altri Ciclopi. Rimaneva il problema di uscire dalla grotta, ma l’ ingegno e l'Astuzia di Ulisse, ancora una volta ebbero la meglio sulla forza Bruta dei Ciclopi.

Presi i più grossi arieti e, legati tre per tre, fece aggrappare alla lana del ventre di quello centrale ciascun compagno in modo che Polifemo, aperto l'antro, e palpando le pecore in cerca dei greci, non si accorgesse di loro che potevano uscire dalla caverna. Raggiunta la nave. Ulisse gridò al Ciclope il suo vero nome. Polifemo resosi conto di essere stato beffato da uno che egli riteneva inferiore a causa della statura, prese dei massi e li gettò in mare in direzione della provenienza della voce e per poco ne colpì la nave di Ulisse per il quale invocò un triste ritorno a Itaca.


 
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